Nell’esporre alcune mie considerazioni questo pomeriggio, riguardo alle motivazioni che stanno all’origine delle nostre prime salite, devo segnalare che a volte questi pensieri non sono immediatamente comprensibili in maniera semplice e diretta. Inizialmente mi sembra molto importante fare una differenziazione tra emozioni e sottili sensazioni profonde. L’intera vita umana è paragonabile al mare. Sulla superficie, il mare è mosso dalle onde. Invece in profondità, esso possiede una calma grande e straordinaria. Qua, nella profondità, vivono le sottili sensazioni dell’uomo. Le emozioni rendono la vita tendenzialmente irrequieta, mentre le sottili sensazioni profonde accompagnano la vita più tranquillamente.
In tutte le vie d’arrampicata che abbiamo creato nella Valle del Sarca ed anche particolarmente nelle vie d’arrampicata che nel corso del tempo abbiamo percorso come apritori nelle regioni alpine, per me era straordinariamente importante avere un sentimento profondo per l’esperienza delle forme delle diverse strutture rocciose. Per sua natura, il rocciatore sperimenta in modo particolare le forme più svariate come pareti, creste, pilastri, spigoli, insenature, ecc. Le forme sono apparizioni tipiche della natura della montagna e della roccia. Chi studia le forme in una certa misura si accorge in modo relativamente veloce che queste agiscono sulla vita dei suoi sentimenti interiori. In genere una grande parete fa emergere nell’uomo un sentimento umile. La forma stessa desta sempre sentimenti nell’interiorità dell’uomo.
Si può riconoscere una differenza essenziale, per esempio, tra una superficie e una forma plastica. Come sarebbe, per esempio, se un uomo dicesse a sua moglie che da ora in poi egli non rappresenterà più una forma corporea, ma invece si trasformerà in una pura superficie. La donna sarebbe proprio spaventata perché non riconoscerebbe più nel marito che le sta davanti la sua natura completa e forte, una natura individuale e volitiva. Le forme corporee, le formazioni di strutture plastiche rappresentano un reale interlocutore che sfida l’uomo. Una forma plastica dimostra un’individualità vera e chiara. Le montagne mostrano la loro forma plastica e perciò viste in se stesse rivelano delle individualità.
Le Dolomiti si elevano sopra i prati e i boschi con le loro figure rocciose, massicce e plastiche. Questi grandi sassi massicci appaiono come sollevati dal suolo terrestre, elevati, innalzati in se stessi. La plasticità di ogni sommità è un attributo molto bello e caratteristico delle cime delle Dolomiti.
La struttura della Valle del Sarca, per esempio, si esprime in modo del tutto differente dalle svariate cime delle Dolomiti. La valle stessa forma un’incisione e costituisce una sorta di contrasto all’essenza delle cime elevate delle Dolomiti. Nello stesso tempo, si può sperimentare una valle come una sorta di forma parabolica. La struttura delle pareti e le forme non appaiano immediatamente e straordinariamente plastiche, ma si presentano perfino piuttosto incisive e perciò con un carattere concavo. Il Monte Brento, la Cima alle Coste e le differenti forme mostrano un carattere concavo, come quello di placche. La plasticità delle forme rocciose è, perciò, meno accentuata qui nella Valle del Sarca.
Per me, è sempre stato un elemento di grande importanza rispettare, durante una prima salita, la caratteristica primordiale e la struttura della roccia così come è data. Chi studia una prima salita deve esaminare molto bene le forme che la parete offre, gli spigoli, i pilastri, ed anche ogni fessura. Con questo, è per me significativo studiare, accanto alle forme le diverse riflessioni luminose. La luce che viene dall’esterno si riflette in ogni forma. Sulle forme plastiche e convesse la luce si riflette in modo completamente diverso da come si riflette sulle forme concave e incise. Il rocciatore che arrampica sulle Dolomiti, sulle loro forme convesse, sente proprio la luce, come splende dall’esterno con i suoi raggi incisivi e come ritorna, per riflesso, di nuovo verso l’esterno. Egli la sente del tutto diversa dalla luce che tocca le forme concave nella Valle del Sarca. Il rocciatore si muove in una danza flessuosa lungo le diverse forme, ed inconsciamente, senza potere dar nome a questo fenomeno, egli vive anche l’effetto continuo della luce. Mentre la luce di una scalata a quota più alta apre uno spazio verso l’esterno perché si amplia, disperdendosi contro le forme plastiche, così ora la luce che splende sulle placche e sulle pareti nella Valle apre uno spazio centrato verso l’interno. Perciò la luce è degna di essere menzionata, essa è straordinariamente importante per l’esperienza dell’arrampicatore. Come un rocciatore vive, per esempio, una parete nera in modo diverso da una gialla, così l’arrampicatore vive la luce, che si raccoglie nella forma concava, mentre si disperde incontrando una forma convessa. Il rocciatore si muove in realtà tra lo spazio cosmico ed arioso e la consistenza dura della roccia. A seconda di come il riflesso luminoso si pone sulla roccia, egli imparerà a conoscere diverse caratteristiche nelle sue sensazioni sottili. Queste due forme d’esperienza che si provano tra l’arrampicare nella Valle, rispetto all’arrampicare nelle Dolomiti possono essere caratterizzate con le espressioni di accoglienza ed indipendenza. Nella Valle, l’arrampicatore si sente più accolto e protetto, mentre in alta montagna egli si percepisce indipendente e più libero dal suolo sicuro della terra.
A questo riguardo, mi viene in mente una storia personale, con la quale posso chiarire esattamente proprio questo tipo d’esperienza caratteristica dell’arrampicare nelle Dolomiti. Mi trovavo insieme a Sigrid sulla “Via Ronchi” della Cima dell’Auta. In questo percorso si presentò nella seconda lunghezza, un passaggio tecnico, nel quale mancava un chiodo, e il successivo era molto insicuro. Quando ebbi raggiunto finalmente questo chiodo, naturalmente mi ci aggrappai saldamente con due mani Sigrid era vicina alla sosta e si godeva il sole. Mentre tremavo, ella disse “oggi siamo proprio leggeri”. Risposi solo con alcune parole cariche di tensione: “Ma che cosa vai dicendo?, ho altre preoccupazioni”. Sigrid, per tutta risposta, addirittura ripeté un’altra volta: “Oggi siamo particolarmente leggeri”. E mi spiegò nel suo modo rilassato dalla sosta che il portafoglio, la carta di credito, la chiave della macchina e il cellulare quel giorno, non erano nello zaino perché li avevamo dimenticati sul tetto della macchina. Mi fu data una bella notizia in questa posizione che non era per niente da valutare come innocua. Visto che le parole “oggi siamo molto leggeri” furono in grado di darmi ancora delle ali, allora superai con alcuni buoni slanci questo passaggio delicato e raggiunsi presto una zona sicura.
Questa piccola storia racconta la necessità in montagna di lasciare perdere le preoccupazioni terrestri. Se venissero messi troppi spit nelle pareti delle Alpi allora si distruggerebbe questo sentimento arcaico e primordiale. Nelle vie d’arrampicata, l’uomo non vuole per forza diventare più pesante, ma anzi, più leggero. Vuole vivere più di libertà e una sfera ariosa. Vuole raggiungere una regione sempre nuova e più indipendente, in contatto con le forme, con le fessure, con i pilastri, con le placche che egli supera. Una forma vuole essere superata dalla prossima forma. L’ascensione mediante movimenti acrobatici attraverso le pareti e le creste non è altro che affrontare senza riposo le forme, e nello stesso tempo superarle.
Come la luce si diffonde nell’ampiezza in contatto con le forme plastiche, così l’arrampicatore vuole anche vivere nelle montagne uno spazio ampio e libero. Nelle Vie delle Dolomiti che abbiamo aperto (con scarso uso di chiodi normali) ed anche nelle ripetizioni di imprese classiche, abbiamo sempre prestato attenzione a questa esperienza libera che si amplia.
L’esperienza che si fa nell’arrampicare in Valle appare di tutt’altro genere. Sebbene il superamento di forme e il raggiungimento di diverse notevoli altezze o di certi punti culminati abbiano la loro importanza, l’esperienza, nell’insieme, che l’arrampicatore vive sulla roccia, appare indirizzata piuttosto verso il fatto d’essere protetto ed accolto. Le forme plastiche, sulle quali la luce si riflette ampiamente verso l’esterno, danno all’uomo uno spazio ampio e aperto, che sembra come libero dalla terra, mentre le forme concave ben visibili qui nella Valle, aprono uno spazio interiore più centrato. L’arrampicatore, che sale ora attraverso le vie nella Valle, si sente accolto, quasi come incluso nelle rocce e nelle zone di vegetazione.
L’arrampicare sulle diverse forme suscita tipi d’esperienza completamente differenti. L’esperienza stessa è sempre collegata alla luce. Senza l’esistenza della luce, l’uomo stesso non potrebbe produrre un’esperienza. Lo scalatore sperimenta perciò nelle vie delle Dolomiti la luce che si diffonde in alto ed egli vive nella Valle la luce che si raccoglie e che protegge.
Affinché si crei di nuovo una relazione tra il tema del convegno e questo punto d’osservazione dell’esperienza delle forme e dei riflessi luminosi operanti su queste, sembra importante menzionare che tutte le vie che sono state aperte qui nella Valle del Sarca, sono state create con un aspetto simile alle ali dell’angelo e con l’intento di renderle accoglienti, con un carattere protettivo. Nello stesso tempo, è stata prestata attenzione a mantenere una difficoltà non troppo alta, in modo da renderle accessibili non solo a un’élite di persone. Un’altra specificità che suscita appunto molte critiche, è la formazione di collegamenti che sono stati usati tra ogni parete. I piccoli gradini o i ponti appaiono proprio essere come una spina nell’occhio dell’alpinista. Senza un consolidamento, si staccherebbero continuamente sassi. Queste vie create da noi, sarebbero state troppo discontinue e interrotte senza collegamenti tra una parte rocciosa e l’altra così da non individuare facilmente la linea del percorso
Nell’uso di mezzi di sicurezza è stata prestata attenzione con tanta cura alla quantità di chiodi nella via: né troppi né troppo pochi, così come all’uso il più spesso possibile di clessidre e di punti di sicurezza naturali. Visto che i poli tra l’arrampicare sportivo e l’arrampicare alpino si sono distanziati sempre di più negli ultimi anni, abbiamo prestato attenzione a mantenere una posizione intermedia durante la creazione di una via. Le vie d’arrampicata sviluppate nella Valle dovrebbero rappresentare una forma semplice di sintesi tra l’arrampicare alpino e sportivo. Una caratteristica essenziale che è stata considerata in queste vie e nella loro formazione, è che ogni movimento, così come le diverse lunghezze come ogni passaggio, le fessure, le placche, le rampe e le zone di tetti, agiscono l’uno sull’altro in un gioco di movimenti chiari e sufficienti per creare un’unità. Per questo motivo, le chiamiamo vie ritmiche. L’aspetto unicamente sportivo e competitivo non era tanto in primo piano, ma piuttosto la globalità, la costanza delle difficoltà e l’armonia del percorso della linea.
Tanti esprimono critiche perché le vie vengono fatte troppo spesso e alcuni affermano, e ciò non contraddice affatto il senso della cosa, che queste vie sono dedicate ai pensionati o alle donne. Offrono troppo poca sfida e nello stesso tempo sono davvero troppo sicure e quasi troppo accoglienti. Questa critica non è affatto falsa.
La possibilità di percorrere queste vie in movimenti armoniosi senza l’uso eccessivo di forza dovrebbe essere offerta alle persone che le ripetono. L’aspetto sociale di queste vie perciò non è, come affermano i critici, abbandonare le montagne completamente al turismo e volere consacrare se stessi a un tempo perfetto e moderno, rinnegando ogni spirito solido dell’alpinismo, ma piuttosto favorire l’aspetto di sperimentare sensazioni sottili nello scalare in montagna. Questi pensieri, magari difficili per l’arrampicatore, sono all’origine delle vie nella Valle. Grazie dell’attenzione.
![Heinz Grill sulla via Diedro Zeni al Ciavazzes nel gruppo di Sella (Archivio Grill) [1600x1200]](http://artearrampicata.files.wordpress.com/2010/05/heinz-grill-sulla-via-diedro-zeni-al-ciavazzes-nel-gruppo-di-sella-archivio-grill-1600x1200.jpg?w=500&h=768)
Bravo Heinz,
condivido totalmente quel che hai detto.
Fra l’altro, l’arrampicatore che ama SOLO il cosiddetto “forte ingaggio” salendo una via e di tutto ciò che lo circonda nulla, o ben poco, gli importa, può fare le tue vie saltando i rinvii. Dov’è il problema?
Altri, invece, pur continuando ad amare anche la componente sportiva dell’arrampicata, con gli anni hanno imparato ad amare maggiormente il “viaggio”, piu’ che la cima; le sensazioni che nascono, cambiano, si rinnovano in quello splendido ed unico tempo dedicato all’ascensione. L’ascoltarti ed ascoltare la meravigliosa natura che ti accompagna nella ascensione. Quindi, non solo minuscoli appigli ed appoggi, ma l’universo nel quale tu, piccola particella, sei mirabilmente inserito godendo di una pace interiore profonda che ti consente, poi, di tornare a casa, ancora una volta, arricchito nello spirito che, per me, è ciò che piu’ conta.
Un caro saluto a Sigrid
Gianni
Caro Heinz
grazie per la normalità ……per le vie per i “turisti vecchietti” come me. La libertà e il piacere dell’arrampicata non hanno età. A 20 anni si corre forte e si è veloci oltre i 60 anni l’importante ed il piacere è solo quello di riuscire a correre e di continuare a sentirsi liberi e creativi.
Un grazie a te( continua così) ed al mio maestro di arrampicata e di vita nonchè amico fraterno Marco Furlani
Lorenzo
Bravissimo Heinz,
leggo solo oggi questo tuo articolo e ne apprezzo il contenuto che condivido pienamente.
Ho percorso diverse tue vie aperte in Valle del Sarca, e tutte le volte che arrivo all’ultimo tiro vorrei che ce ne fossero altri dieci a seguire. Non mi interessa aver raggiunto la meta, la cima, l’averlo fatto per poterlo raccontare, mi interessa aver goduto del gesto, dell’armonia, di quella magnifica sensazione di leggerezza che riesco a provare quando la fluidità del movimento diventa essenza dell’arrampicata, ed in questo le tue vie forniscono un valido contributo.
Grazie Heinz
Roberto