A dirvi la verità, mi trovo un po’ a disagio. Non ti offendere, Uli, io voglio qua il mio traduttore personale, l’Ivo Rabanser. Visto che sono stato il suo maestro, ci intenderemo meglio.
Volevo ringraziare Heinz per quello che ha scritto di Renzo Zambaldi che era un carissimo amico e se qualcuno avrà voglia di andare su planetmountain e cerca, cioè scrive Marco Furlani, troverà un bellissimo ricordo che ho fatto di Renzo Zambaldi. Se magari qualcuno vuole capire meglio chi era Renzo Zambaldi, basta che entri su planetmountain, che lo cerchi, e troverà tutto.
I contributi sono stati molto interessanti, però tutti concentrati in una sera, sono abbastanza tanti. Perciò non voglio stancarvi troppo, voglio però dirvi quello che significava per me aprire una via nuova. Una via nuova per me era un sogno, poi diventava un progetto. Dal momento in cui l’avevo prima sognata, poi progettata, mancava solo l’esecuzione. Però una volta che l’avevo sognata e progettata, la via l’avevo già dentro e l’avevo già fatta praticamente. Bastava solo metterci le mani e lasciarsi andare. E questo poteva essere fatto solo in una maniera: con un grande compagno. Io non ho mai aperto una via, una grande via, se non ero con un grande compagno. E Ivo è stato uno di questi.
Questo è per esempio l’Hypersalame (vengono mostrato le fotografie) la prima via che abbiamo fatto con Ivo. Questo mi telefona un giorno e mi dice: “Marco, ti interessa una via sul salame?” Io ho detto “sì” e ci siamo conosciuti. Sono contento di quello che ha detto prima, sono contento di aver contribuito alla formazione di uno dei più grandi alpinisti dolomitici che abbiamo avuto e questa, penso, è una delle più grandi soddisfazioni che possa avere un alpinista, cioè creare dietro di sé qualcuno che possa seguire quello che lui aveva in mente. (Partorire un figlio è praticamente perché possa continuare. (Ivo: “allora devo dire: maestro papà”))
Vedete che la forma in cima alla Hypersalame era diversa di quella di adesso. Parlando della forma, come dice Heinz, avevo una forma diversa partendo dalle braccia e arrivando alla vita che era un po’ più sottile. Però va bene anche adesso, insomma.
Avevo due buone stelle: una era di un giorno passando sotto il Sassolungo e mi sono accorto: ma questa parete qua, una parete larga chilometri e ci sono su pochissime vie! E l’altra era quella che negli anni settanta sono piombato giù con la corriera in Valle del Sarca e ho detto: ma qui è ancora tutto da fare!
Questo è Giorgio Giovanini, un caro amico purtroppo scomparso in montagna. Come dice l’Alessandro Gogna: una volta eravamo più rassegnati. È vero che mettevamo anche in conto, aprendo una via di mille metri, che qualcuno si potesse far male, che qualcuno potesse cadere, che qualcuno potesse anche morire. Questo era una cosa a cui ci si rassegnava, insomma. L’avventura è avventura. Che avventura ci sarebbe se non ci fosse la possibilità di morire, che avventura sarebbe se non ci fosse un’esposizione al pericolo?
Se adesso mi accendete la luce, vi vorrei leggere quello che ho scritto nel mio libro come breve introduzione sulle vie nuove; io che non ho studiato, che notoriamente a scuola ero ignorante. Mi hanno mandato a lavorare a 13 anni, ma non era che avessi gran voglia di studiare, a dire la verità. Però sono riuscito anche a scrivere un libro e dicono che è anche interessante da leggere.
(Marco Furlani legge il capitolo “Vie nuove” del suo libro “Ampio Respiro”, Nuovi Sentieri Editore):
“L’alpinista scopritore di nuove vie, racchiude dentro di sé, in segreto, un animo artistico, esso vede la parete come il pittore la tela su cui dipingere o lo scultore il ceppo dove scolpire, la via è già dentro di lui: basta solo salirla.
Un alpinista inoltre non può in cuor suo sentirsi completo se non ha mai tracciato qualche via nuova. Creare, qualunque sia il campo dove si opera, presuppone che l’uomo si attivi in maniera diversa rispetto a colui che ripete, anche se in modo brillante, quello che è già stato fatto.
La tua firma perciò rimane là indelebile e nessuno potrà cancellarla. Nessuno può rubare quello che è nel cuore di un apritore.
Purtroppo negli ultimi anni la mancanza di cultura alpinistica e l’arroganza di certi pseudo apritori hanno fatto sì che venissero ricalcati itinerari altrui, non conoscendo o non credendo possibile che certi passaggi siano stati fatti anni prima. Pur trovando i chiodi, con noncuranza sono passati oltre fingendo di non vedere le tracce altrui, ma Bruno Detassis ha sempre detto: «Le grole chiodi in parete non ne hanno mai piantato».
Chi disegna il proprio capolavoro sulla parete è sicuramente dotato di qualche cosa in più del ripetitore, per forte che esso sia. Solitamente ha l’occhio per vedere dove altri non vedono, capacità creative ed organizzative non comuni, spirito d’avventura e coraggio per salire là dove nessun altro è stato prima.
La nuova via è lo specchio dell’anima alpinistica del suo creatore, tanto è vero che il grande Marino Stenico mi diceva sempre che svolgeva un allenamento particolare in base al nome dell’apritore della via che aveva in programma di ripetere.
L’idea mi si insinuava nella mente quando affiorava il ricordo di uno slanciato pilastro o di una elegante fessura che arrivava direttamente in vetta ed allora non stavo più nella pelle e la testa cominciava a girare, programmare, organizzare.
Mi faceva sentire vivo, man mano che si avvicinava il giorno dell’attacco. Il timore che altri avessero visto lo stesso problema si trasformava in ansia che si acquietava solo in vetta alla nuova via.
Non mi sono mai posto nessun limite né di mezzi né di materiale, men che meno del tempo occorrente, l’importante era dare il meglio di me, cercando di procedere in sicurezza, cercando di fare bene affinché anche gli altri potessero goderne in una futura ripetizione.
Certo altri più bravi di noi potevano fare meglio, usare meno chiodi, sia normali che a pressione, ma non è detto che uno scalatore tecnicamente bravo sia bravo anche ad aprire vie nuove. La capacità tecnica è di sicuro una delle componenti del buon apritore, ma forse non la più importante.
Nel mio animo poi aprire una nuova via era un nobile atto creativo e non penso proprio che Michelangelo scolpendo il Davide si sia posto il problema di quanti quintali di marmo dovesse adoperare oppure di quanti scalpelli avrebbe consumato.
Le mie vie sono il ricordo indelebile di esperienze senza eguali, momenti vissuti ai confini della realtà con compagni ed amici meravigliosi.”
Ecco, qua secondo me, si richiude il tutto della mia attività alpinistica: con compagni e amici meravigliosi. Io vi ringrazio.
![Marco Furlani sulla via Hasse-Schrott al Torre Innerkofler nel Gruppo di Sasso Lungo durante la prima ripetizione inverna - Copia [1600x1200]](http://artearrampicata.files.wordpress.com/2010/05/marco-furlani-sulla-via-hasse-schrott-al-torre-innerkofler-nel-gruppo-di-sasso-lungo-durante-la-prima-ripetizione-inverna-copia-1600x12001.jpg?w=506&h=774)
![IMG_1097 [1600x1200]](http://artearrampicata.files.wordpress.com/2010/05/img_1097-1600x1200.jpg?w=467&h=350)
L’intervento di Marco Furlani mi piace perché dà la dimensione “umana” di un alpinista d’annoverare, comunque, tra i fortissimi.
Da ammirare, inoltre, per la sua semplice ma altrettanto profonda testimonianza.
Bravo e grazie