Buona sera a tutti, allora cominciamo con il relatore più improvvisato di tutti, perché come vedete qui non ho fogli in mano, mi sono tolto l’imbragatura poco fa, sono arrivato a portarvi le idee su questa serata. Anch’io cercherò di essere breve, anche se è una cosa abbastanza difficile per me. Comunque il primo punto di pensiero che vi voglio dare è: che cos’è una via alpinistica, una via nelle Dolomiti?
Quante volte siete andati a ripetere una via, siete tornati giù, magari con una relazione mia: che schifo quella via, ci sono pochi chiodi. Allora pensate una cosa: che cosa ci sta dietro l’apertura di una via? Ci sta, ve lo dico, un enorme lavoro personale di pensiero, di studio, di passione, di rischio personale. E questo grande lavoro personale dell’apertura di una via, io lo focalizzo in tre punti importanti: e questi tre punti ve li dico adesso e poi magari ne discutiamo. Il primo punto è che una via è un’opera di ingegno umano come una scultura. Avete presente la scultura della Pietà di Michelangelo, quella è una scultura. Una via è un tracciato architettonico su una parete, è un’opera d’ingegno umano e dobbiamo considerarla come tale.
Il secondo punto è che una via è molto legata alle persone che l’hanno aperta, cioè il fattore personale. La differenza è molto grande a secondo delle persone. L’alpinismo varia molto da persona a persona. Pensate un po’ alle vie di Vinatzer, al suo stile di apertura, e alle vie di altre persone. Il secondo punto è quindi che una via è legata alle persone che l’hanno aperta e al loro modo di pensare sull’alpinismo.
Il terzo punto è che le vie sono l’espressione sociale dell’epoca nella quale sono state aperte. C’è una grande differenza tra l’apertura dei pionieri degli anni trenta e lo spirito attuale nel quale ci troviamo noi, magari soprattutto i più giovani, ad aprire nuove vie. Quindi l’aspetto temporale, storico è anche molto forte.
Allora tutto questo insieme qui ci aiuta a capire che su queste opere d’ingegno umano noi dobbiamo avere un grande rapporto di rispetto. Anche se ci troviamo a ripetere una via che è friabile e poco chiodata, dobbiamo pensare che dietro a questa apertura ci sta un grande studio delle persone che l’hanno fatta, è un’espressione degli autori ed è fortemente legata all’epoca, al momento in cui è stata aperta. Quindi il concetto del rispetto delle opere altrui è fondamentale per quelli che salgono oggi nelle Dolomiti perché questo riguarda il futuro.
Io ho fatto questo lungo preambolo sulle vie perché credo che l’argomento di cui parliamo questa sera qui è un argomento molto, molto evanescente e anche poliedrico. Nelle Dolomiti ci sono vie di 50 metri, vie facili, difficili, ed è bene di fare prima un punto di precisazione su questo argomento per poi sapere come parlarne e come svilupparlo.
Quando arriviamo ai giorni nostri la situazione si complica un po’. Immaginate le Dolomiti in origine, tutta la montagna. Queste erano all’inizio come tanti fogli bianchi messi insieme in un quaderno. All’inizio i primi apritori arrivarono, trovarono un foglio, facevano un tracciato, scrivevano qualcosa. Uno trovava un foglio scritto, ne girava altre tre o quattro bianchi, e faceva un altro tracciato. La realtà nelle Dolomiti e di tutta la montagna è che le pareti sono come un libro – avete presente i Bignami usati nelle superiori – un libro scritto fitto fitto tutte le pagine, sembra che praticamente non ci sia più spazio e noi, gli apritori di oggi, si trovano a dover portare il loro approccio personale, il loro momento storico, con il loro ingegno umano in un libro che è già scritto dappertutto. Questa non è una cosa facile.
In primo punto è, che rispettando ciò che è stato scritto dagli altri in passato, che è un nostro dovere fondamentale, soprattutto un dovere culturale, non solo dell’alpinismo, dobbiamo poter costruire qualche cosa di nuovo legato alla nostra epoca.
Ci troviamo in un’epoca in cui la società è cambiata e l’alpinismo è un prodotto della società. Oggi siamo in una situazione difficilmente definibile, sicuramente molto differente da quella che è stata vissuta in passato. Se siamo in epoca di Cesare Maestri, era lui che faceva le vie di 6° grado e il grande pubblico andava ad arrampicare sul 4° grado. Però tutti facevano la loro attività.
Oggi abbiamo una situazione simile ma sostanzialmente differente, perché abbiamo i grandi alpinisti che aprono le vie molto difficili che chiaramente non sono per il grande pubblico, ed è giusto che sia così. Certo l’alpinismo è in un continuo sviluppo puntato verso le difficoltà. Diversamente abbiamo un grande pubblico che non va più sulle montagne come andava in passato. Ha più bisogno di protezioni, ha bisogno di un approccio differente alla montagna, più sicuro, più tranquillo, come già accennava Sigrid prima. E non trova la sua giusta collocazione, perché le vie classiche delle Dolomiti sono sempre rimaste con l’attrezzatura che hanno, e se le vogliamo rispettare, devono rimanere così. Dall’altra parte non trovano vie magari come vorrebbero, come si sentirebbero, perché oggi la società è cambiata e vede anche l’apporto di rischio in una maniera differente.
Oltremodo ci troviamo anche a vivere in una società abbastanza bastarda. Io penso che voi tutti lavorate e avete visto, chi magari lavora da 20 anni, ha visto come è cambiato il mondo del lavoro. È diventato molto di più competitivo. Siamo in una società che punta sempre di più al risultato e sempre più alla competizione, dimenticandosi poi di quello che è alla sua stessa base culturale e sociale. Io credo che questo stia capitando anche nell’alpinismo.
Rischiamo, se continuiamo a puntare alle grandi difficoltà, uno stacco dal mondo reale dell’alpinismo. Di questo stacco stiamo vivendo già alcune avvisaglie adesso.
Vi siete accorti qua nella Valle del Sarca, il sabato o la domenica, le vie di Heinz sono frequentate e il Colodri è abbastanza vuoto. L’altro giorno guardavo su – non c’era nessuno. Questo ci porta a diversi punti che forse non sono collegati all’apertura delle vie. Io credo che se gli apritori o le persone interessate ad aprire vie in qualsiasi tipo di percorso nelle Dolomiti in futuro, apriranno non solo vie estreme, ma anche delle vie abbordabili per tutte le persone. Tracciando fuori dai tracciati logici già esistenti, anche con il trapano, anche ricorrendo agli spit, ma facendo qualcosa di nuovo, qualche cosa di più abbordabile. Si creerà qualche cosa di nuovo e non si andrà ad scrivere in ciò che già esiste, come è già successo diverse volte sulle Dolomiti. Non si andrà mettere spit sulle vie classiche, non si andrà a ritracciare vie già esistenti, chiamandole con nomi nuovi.
E sarebbe buono – nel contatto con la base del mondo alpinistico, tutti noi arrampichiamo e nella montagna c’è spazio per tutti, per chi fa le cose estreme e per chi fa le cose più semplici – se ci fosse più unità tra gli alpinisti, un’unica comunità di alpinisti che veramente partecipi a ciò che è la montagna.
Tutta la società alpinistica è troppo puntata verso le difficoltà. Se prendete in mano le riviste alpinistiche; tutto è puntato verso il vertice e questo, vi dico la mia opinione che ho avuto parlando con le diverse persone del mondo alpinistico, la vedo abbastanza limitativo e tronca anche un po’ quell’esperienza originaria e naturale che cerchiamo in montagna. Una volta non c’era questo stacco. Adesso la situazione è drammatica, le vie nuove sono di grado 7° in Marmolada per esempio. Se apriamo in futuro vie nuove nelle Dolomiti, anche accettando il trapano, anche accettando lo spit, a gradi minori, porteremo avanti la solidarietà dell’alpinismo forse meglio di come viene fatto adesso.
La mia preoccupazione principale è che altrimenti viviamo troppo il distacco da quello che ci dà il mondo in cui viviamo. Questo è il grosso rischio.
L’ultimo pensiero è proprio legato a Heinz che ci ospita stasera per questo importante incontro ed è quello che Sigrid chiamava le vie da pensionati e casalinghe, insomma queste sono proprio quello che la gente oggi fa volentieri. Questo è il tema che vi lancio lì per dopo, quando ci sarà la parte della discussione. Se vogliamo affrontare anche l’aspetto sociale nell’apertura delle vie del futuro. Altrimenti della nostra epoca di alpinismo, cosa rimarrà? Degli spit a distanza di 15 metri sulle placche difficilissime che non hanno mai conosciuto o visto nessuno. Vengono pubblicate una volta su riviste e poi dimenticate. Oppure peggio, come è già stato fatto in alcune zone delle Alpi: a un certo punto si dice: dobbiamo spittare le vie classiche e facciamo una catastrofe. Cancelliamo dal libro scritto la storia a modo nostro e non creiamo nulla di nuovo per la nostra epoca, ma peggio, andiamo a cancellare e rovinare quello che è stato fatto di grande.
E con questo chiudo e se volete posso raccontarvi una barzelletta. (Si ride insieme al pubblico ma poi non lo si fa)

ma cosi facendo non fai altro che creare un luna park verticale.
E’ questo il futuro dell’alpinismo , il futuro della montagna?
Io credo che invece bisognerebbe fare un passo indietro e cercare di ritornare ad una montagna pulita , dove l’intrusione dell’uomo si veda il meno possibile. Pochi chiodi, pochi segnali, pochi cartelli, pochi rifugi e che i rifugi siano rifugi e non alberghi.
Insomma l’uomo deve lasciare meno traccia possibile.
Questo vale ancora di più sul facile dove è maggiormente possibile usare protezioni veloci oppure ancoraggi naturali.
Tutti pensano al divertimento personale, ma al rispetto della roccia della montagna nessuno ci pensa?
Se il pericolo è quello di trovare gli spit sulle vie classiche, bene con il martello li togliamo.
Alberto Benassi
Pietrasanta (LU)