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Il 17 aprile 2010 a Tenno (Valle del Sarca) si svolgeva un interessante convegno.

Nei contributi dei relatori si trovano degli spunti importantissimi per un futuro dell’alpinismo.


Il convegno in pdf per scaricare:

interventi IV-2

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I Relatori (2010)

Roberto Iacopelli

Heinz Grill

Ivo Rabanser

Alessandro Gogna

Marco Furlani

e una breve ma interessantissima

Discussione

Buona sera a tutti, allora cominciamo con il relatore più improvvisato di tutti, perché come vedete qui non ho fogli in mano, mi sono tolto l’imbragatura poco fa, sono arrivato a portarvi le idee su questa serata. Anch’io cercherò di essere breve, anche se è una cosa abbastanza difficile per me. Comunque il primo punto di pensiero che vi voglio dare è: che cos’è una via alpinistica, una via nelle Dolomiti?

Quante volte siete andati a ripetere una via, siete tornati giù, magari con una relazione mia: che schifo quella via, ci sono pochi chiodi. Allora pensate una cosa: che cosa ci sta dietro l’apertura di una via? Ci sta, ve lo dico, un enorme lavoro personale di pensiero, di studio, di passione, di rischio personale. E questo grande lavoro personale dell’apertura di una via, io lo focalizzo in tre punti importanti: e questi tre punti ve li dico adesso e poi magari ne discutiamo. Il primo punto è che una via è un’opera di ingegno umano come una scultura. Avete presente la scultura della Pietà di Michelangelo, quella è una scultura. Una via è un tracciato architettonico su una parete, è un’opera d’ingegno umano e dobbiamo considerarla come tale.

Il secondo punto è che una via è molto legata alle persone che l’hanno aperta, cioè il fattore personale. La differenza è molto grande a secondo delle persone. L’alpinismo varia molto da persona a persona. Pensate un po’ alle vie di Vinatzer, al suo stile di apertura, e alle vie di altre persone. Il secondo punto è quindi che una via è legata alle persone che l’hanno aperta e al loro modo di pensare sull’alpinismo.

Il terzo punto è che le vie sono l’espressione sociale dell’epoca nella quale sono state aperte. C’è una grande differenza tra l’apertura dei pionieri degli anni trenta e lo spirito attuale nel quale ci troviamo noi, magari soprattutto i più giovani, ad aprire nuove vie. Quindi l’aspetto temporale, storico è anche molto forte.

Allora tutto questo insieme qui ci aiuta a capire che su queste opere d’ingegno umano noi dobbiamo avere un grande rapporto di rispetto. Anche se ci troviamo a ripetere una via che è friabile e poco chiodata, dobbiamo pensare che dietro a questa apertura ci sta un grande studio delle persone che l’hanno fatta, è un’espressione degli autori ed è fortemente legata all’epoca, al momento in cui è stata aperta. Quindi il concetto del rispetto delle opere altrui è fondamentale per quelli che salgono oggi nelle Dolomiti perché questo riguarda il futuro.

Io ho fatto questo lungo preambolo sulle vie perché credo che l’argomento di cui parliamo questa sera qui è un argomento molto, molto evanescente e anche poliedrico. Nelle Dolomiti ci sono vie di 50 metri, vie facili, difficili, ed è bene di fare prima un punto di precisazione su questo argomento per poi sapere come parlarne e come svilupparlo.

Quando arriviamo ai giorni nostri la situazione si complica un po’. Immaginate le Dolomiti in origine, tutta la montagna. Queste erano all’inizio come tanti fogli bianchi messi insieme in un quaderno. All’inizio i primi apritori arrivarono, trovarono un foglio, facevano un tracciato, scrivevano qualcosa. Uno trovava un foglio scritto, ne girava altre tre o quattro bianchi, e faceva un altro tracciato. La realtà nelle Dolomiti e di tutta la montagna è che le pareti sono come un libro – avete presente i Bignami usati nelle superiori – un libro scritto fitto fitto tutte le pagine, sembra che praticamente non ci sia più spazio e noi, gli apritori di oggi, si trovano a dover portare il loro approccio personale, il loro momento storico, con il loro ingegno umano in un libro che è già scritto dappertutto. Questa non è una cosa facile.

In primo punto è, che rispettando ciò che è stato scritto dagli altri in passato, che è un nostro dovere fondamentale, soprattutto un dovere culturale, non solo dell’alpinismo, dobbiamo poter costruire qualche cosa di nuovo legato alla nostra epoca.

Ci troviamo in un’epoca in cui la società è cambiata e l’alpinismo è un prodotto della società. Oggi siamo in una situazione difficilmente definibile, sicuramente molto differente da quella che è stata vissuta in passato. Se siamo in epoca di Cesare Maestri, era lui che faceva le vie di 6° grado e il grande pubblico andava ad arrampicare sul 4° grado. Però tutti facevano la loro attività.

Oggi abbiamo una situazione simile ma sostanzialmente differente, perché abbiamo i grandi alpinisti che aprono le vie molto difficili che chiaramente non sono per il grande pubblico, ed è giusto che sia così. Certo l’alpinismo è in un continuo sviluppo puntato verso le difficoltà. Diversamente abbiamo un grande pubblico che non va più sulle montagne come andava in passato. Ha più bisogno di protezioni, ha bisogno di un approccio differente alla montagna, più sicuro, più tranquillo, come già accennava Sigrid prima. E non trova la sua giusta collocazione, perché le vie classiche delle Dolomiti sono sempre rimaste con l’attrezzatura che hanno, e se le vogliamo rispettare, devono rimanere così. Dall’altra parte non trovano vie magari come vorrebbero, come si sentirebbero, perché oggi la società è cambiata e vede anche l’apporto di rischio in una maniera differente.

Oltremodo ci troviamo anche a vivere in una società abbastanza bastarda. Io penso che voi tutti lavorate e avete visto, chi magari lavora da 20 anni, ha visto come è cambiato il mondo del lavoro. È diventato molto di più competitivo. Siamo in una società che punta sempre di più al risultato e sempre più alla competizione, dimenticandosi poi di quello che è alla sua stessa base culturale e sociale. Io credo che questo stia capitando anche nell’alpinismo.

Rischiamo, se continuiamo a puntare alle grandi difficoltà, uno stacco dal mondo reale dell’alpinismo. Di questo stacco stiamo vivendo già alcune avvisaglie adesso.

Vi siete accorti qua nella Valle del Sarca, il sabato o la domenica, le vie di Heinz sono frequentate e il Colodri è abbastanza vuoto.  L’altro giorno guardavo su – non c’era nessuno. Questo ci porta a diversi punti che forse non sono collegati all’apertura delle vie. Io credo che se gli apritori o le persone interessate ad aprire vie in qualsiasi tipo di percorso nelle Dolomiti in futuro, apriranno non solo vie estreme, ma anche delle vie abbordabili per tutte le persone. Tracciando fuori dai tracciati logici già esistenti, anche con il trapano, anche ricorrendo agli spit, ma facendo qualcosa di nuovo, qualche cosa di più abbordabile. Si creerà qualche cosa di nuovo e non si andrà ad scrivere in ciò che già esiste, come è già successo diverse volte sulle Dolomiti. Non si andrà mettere spit sulle vie classiche, non si andrà a ritracciare vie già esistenti, chiamandole con nomi nuovi.

E sarebbe buono – nel contatto con la base del mondo alpinistico, tutti noi arrampichiamo e nella montagna c’è spazio per tutti, per chi fa le cose estreme e per chi fa le cose più semplici – se ci fosse più unità tra gli alpinisti, un’unica comunità di alpinisti che veramente partecipi a ciò che è la montagna.

Tutta la società alpinistica è troppo puntata verso le difficoltà. Se prendete in mano le riviste alpinistiche; tutto è puntato verso il vertice e questo, vi dico la mia opinione che ho avuto parlando con le diverse persone del mondo alpinistico, la vedo abbastanza limitativo e tronca anche un po’ quell’esperienza originaria e naturale che cerchiamo in montagna. Una volta non c’era questo stacco. Adesso la situazione è drammatica, le vie nuove sono di grado 7° in Marmolada per esempio. Se apriamo in futuro vie nuove nelle Dolomiti, anche accettando il trapano, anche accettando lo spit, a gradi minori, porteremo avanti la solidarietà dell’alpinismo forse meglio di come viene fatto adesso.

La mia preoccupazione principale è che altrimenti viviamo troppo il distacco da quello che ci dà il mondo in cui viviamo. Questo è il grosso rischio.

L’ultimo pensiero è proprio legato a Heinz che ci ospita stasera per questo importante incontro ed è quello che Sigrid chiamava le vie da pensionati e casalinghe, insomma queste sono proprio quello che la gente oggi fa volentieri. Questo è il tema che vi lancio lì per dopo, quando ci sarà la parte della discussione. Se vogliamo affrontare anche l’aspetto sociale nell’apertura delle vie del futuro. Altrimenti della nostra epoca di alpinismo, cosa rimarrà? Degli spit a distanza di 15 metri sulle placche difficilissime che non hanno mai conosciuto o visto nessuno. Vengono pubblicate una volta su riviste e poi dimenticate. Oppure peggio, come è già stato fatto in alcune zone delle Alpi: a un certo punto si dice: dobbiamo spittare le vie classiche e facciamo una catastrofe. Cancelliamo dal libro scritto la storia a modo nostro e non creiamo nulla di nuovo per la nostra epoca, ma peggio, andiamo a cancellare e rovinare quello che è stato fatto di grande.

E con questo chiudo e se volete posso raccontarvi una barzelletta. (Si ride insieme al pubblico ma poi non lo si fa)

Heinz Grill (2010)

Nell’esporre alcune mie considerazioni questo pomeriggio, riguardo alle motivazioni che stanno all’origine delle nostre prime salite, devo segnalare che a volte questi pensieri non sono immediatamente comprensibili in maniera semplice e diretta.  Inizialmente mi sembra molto importante fare una differenziazione tra emozioni e sottili sensazioni profonde. L’intera vita umana è paragonabile al mare. Sulla superficie, il mare è mosso dalle onde. Invece in profondità, esso possiede una calma grande e straordinaria. Qua, nella profondità, vivono le sottili sensazioni dell’uomo. Le emozioni rendono la vita tendenzialmente irrequieta, mentre le sottili sensazioni profonde accompagnano la vita più tranquillamente.

In tutte le vie d’arrampicata che abbiamo creato nella Valle del Sarca ed anche particolarmente nelle vie d’arrampicata che nel corso del tempo abbiamo percorso come apritori nelle regioni alpine, per me era straordinariamente importante avere un sentimento profondo per l’esperienza delle forme delle diverse strutture rocciose. Per sua natura, il rocciatore sperimenta in modo particolare le forme più svariate come pareti, creste, pilastri, spigoli, insenature, ecc. Le forme sono apparizioni tipiche della natura della montagna e della roccia. Chi studia le forme in una certa misura si accorge in modo relativamente veloce che queste agiscono sulla vita dei suoi sentimenti interiori. In genere una grande parete fa emergere nell’uomo un sentimento umile. La forma stessa desta sempre sentimenti nell’interiorità dell’uomo.

Si può riconoscere una differenza essenziale, per esempio, tra una superficie e una forma plastica. Come sarebbe, per esempio, se un uomo dicesse a sua moglie che da ora in poi egli non rappresenterà più una forma corporea, ma invece si trasformerà in una pura superficie. La donna sarebbe proprio spaventata perché non riconoscerebbe più nel marito che le sta davanti la sua natura completa e forte, una natura individuale e volitiva. Le forme corporee, le formazioni di strutture plastiche rappresentano un reale interlocutore che sfida l’uomo. Una forma plastica dimostra un’individualità vera e chiara. Le montagne mostrano la loro forma plastica e perciò viste in se stesse  rivelano delle  individualità.

Le Dolomiti si elevano sopra i prati e i boschi con le loro figure rocciose, massicce e plastiche. Questi grandi sassi massicci appaiono  come sollevati dal suolo terrestre, elevati, innalzati in se stessi. La plasticità di ogni sommità è un attributo molto bello e caratteristico delle cime delle Dolomiti.

La struttura della Valle del Sarca, per esempio, si esprime in modo del tutto differente dalle svariate cime delle Dolomiti. La valle stessa forma un’incisione e costituisce una sorta di contrasto all’essenza delle cime elevate delle Dolomiti. Nello stesso tempo, si può sperimentare una valle come una sorta di forma parabolica. La struttura delle pareti e le forme non appaiano immediatamente e straordinariamente plastiche, ma si presentano perfino piuttosto incisive e perciò con un carattere concavo. Il Monte Brento, la Cima alle Coste e le differenti forme mostrano un carattere concavo, come quello di placche. La plasticità delle forme rocciose è, perciò, meno accentuata qui nella Valle del Sarca.

Per me, è sempre stato un elemento di grande importanza rispettare, durante una prima salita, la caratteristica primordiale e la struttura della roccia così come è data. Chi studia una prima salita deve esaminare molto bene le forme che la parete offre, gli spigoli, i pilastri, ed anche ogni fessura. Con questo, è per me significativo studiare, accanto alle forme le diverse riflessioni luminose. La luce che viene dall’esterno si riflette in ogni forma. Sulle forme plastiche e convesse la luce si riflette in modo completamente diverso da come si riflette sulle forme concave e incise. Il rocciatore che arrampica sulle Dolomiti, sulle loro forme convesse, sente proprio la luce, come splende dall’esterno con i suoi raggi incisivi e come ritorna, per riflesso, di nuovo verso l’esterno. Egli la sente del tutto diversa dalla luce che tocca le forme concave nella Valle del Sarca. Il rocciatore si muove in una danza flessuosa lungo le diverse forme, ed inconsciamente, senza potere dar nome a questo fenomeno, egli vive anche l’effetto continuo della luce. Mentre la luce di una scalata a quota più alta apre uno spazio verso l’esterno perché si amplia, disperdendosi contro le forme plastiche, così ora la luce che splende sulle placche e sulle pareti nella Valle apre uno spazio centrato verso l’interno. Perciò la luce è degna di essere menzionata, essa è straordinariamente importante per l’esperienza dell’arrampicatore. Come un rocciatore vive, per esempio, una parete nera in modo diverso da una gialla, così l’arrampicatore vive la luce, che si raccoglie nella forma concava, mentre si disperde incontrando una forma convessa. Il rocciatore si muove in realtà tra lo spazio cosmico ed arioso e la consistenza dura della roccia. A seconda di come il riflesso luminoso si pone sulla roccia, egli imparerà a conoscere diverse caratteristiche nelle sue sensazioni sottili. Queste due forme d’esperienza che si provano tra l’arrampicare nella Valle, rispetto all’arrampicare nelle Dolomiti possono essere caratterizzate con le espressioni di accoglienza ed indipendenza. Nella Valle, l’arrampicatore si sente più accolto e protetto, mentre in alta montagna egli si percepisce indipendente e più libero dal suolo sicuro della terra.

A questo riguardo, mi viene in mente una storia personale, con la quale posso chiarire esattamente proprio questo tipo d’esperienza caratteristica dell’arrampicare nelle Dolomiti. Mi trovavo insieme a Sigrid sulla “Via Ronchi” della Cima dell’Auta. In questo percorso si presentò nella seconda lunghezza, un passaggio tecnico, nel quale mancava un chiodo, e il successivo era molto insicuro. Quando ebbi raggiunto finalmente questo chiodo, naturalmente mi ci aggrappai saldamente con due mani  Sigrid era vicina alla sosta e si godeva il sole. Mentre tremavo, ella disse “oggi siamo proprio leggeri”. Risposi solo con alcune parole cariche di tensione: “Ma che cosa vai dicendo?, ho altre preoccupazioni”. Sigrid, per tutta risposta, addirittura ripeté un’altra volta: “Oggi siamo particolarmente leggeri”. E mi spiegò nel suo modo rilassato dalla sosta che il portafoglio, la carta di credito, la chiave della macchina e il cellulare quel giorno, non erano nello zaino perché li avevamo dimenticati sul tetto della macchina. Mi fu data una bella notizia in  questa posizione che non era per niente da valutare come innocua. Visto che le parole “oggi siamo molto leggeri” furono in grado di darmi ancora delle ali, allora superai con alcuni buoni slanci questo passaggio delicato e raggiunsi presto una zona sicura.

Questa piccola storia racconta la necessità in montagna di lasciare perdere le preoccupazioni terrestri. Se venissero messi troppi spit nelle pareti delle Alpi allora si distruggerebbe questo sentimento arcaico e primordiale. Nelle vie d’arrampicata, l’uomo non vuole per forza diventare più pesante, ma anzi, più leggero. Vuole vivere più di libertà e una sfera ariosa. Vuole raggiungere una regione sempre nuova e più indipendente, in contatto con le forme, con le fessure, con i pilastri, con le placche che egli supera. Una forma vuole essere superata dalla prossima forma. L’ascensione mediante movimenti acrobatici attraverso le pareti e le creste non è altro che affrontare senza riposo le forme, e nello stesso tempo superarle.

Come la luce si diffonde nell’ampiezza in contatto con le forme plastiche, così l’arrampicatore vuole anche vivere nelle montagne uno spazio ampio e libero. Nelle Vie delle Dolomiti che abbiamo aperto (con scarso uso di chiodi normali) ed anche nelle ripetizioni di imprese classiche, abbiamo sempre prestato attenzione a questa esperienza libera che si amplia.

L’esperienza che si fa nell’arrampicare in Valle appare di tutt’altro genere. Sebbene il superamento di forme e il raggiungimento di diverse notevoli altezze o di certi punti culminati abbiano la loro importanza, l’esperienza, nell’insieme, che l’arrampicatore vive sulla roccia, appare indirizzata piuttosto verso il fatto d’essere protetto ed accolto. Le forme plastiche, sulle quali la luce si riflette ampiamente verso l’esterno, danno all’uomo uno spazio ampio e aperto, che sembra come libero dalla terra, mentre le forme concave ben visibili qui nella Valle, aprono uno spazio interiore più centrato. L’arrampicatore, che sale ora attraverso le vie nella Valle, si sente accolto, quasi come incluso nelle rocce e nelle zone di vegetazione.

L’arrampicare sulle diverse forme suscita tipi d’esperienza completamente differenti. L’esperienza stessa è sempre collegata alla luce. Senza l’esistenza della luce, l’uomo stesso non potrebbe produrre un’esperienza. Lo scalatore sperimenta perciò nelle vie delle Dolomiti la luce che si diffonde in alto ed egli vive nella Valle la luce che si raccoglie e che protegge.

Affinché si crei di nuovo una relazione tra il tema del convegno e questo punto d’osservazione dell’esperienza delle forme e dei riflessi luminosi operanti su queste, sembra importante menzionare che tutte le vie che sono state aperte qui nella Valle del Sarca, sono state create con un aspetto simile alle ali dell’angelo e con l’intento di renderle accoglienti,  con un carattere protettivo. Nello stesso tempo, è stata prestata attenzione a mantenere una difficoltà non troppo alta, in modo da renderle accessibili non solo a un’élite di persone. Un’altra specificità che suscita appunto molte critiche, è la formazione di collegamenti che sono stati usati  tra ogni parete. I piccoli gradini o i ponti appaiono proprio essere come una spina nell’occhio dell’alpinista. Senza un consolidamento, si staccherebbero continuamente sassi. Queste vie create da noi, sarebbero state troppo discontinue e interrotte senza collegamenti tra una parte rocciosa e l’altra così da non individuare facilmente la linea del percorso

Nell’uso di mezzi di sicurezza è stata prestata attenzione con tanta cura alla quantità di chiodi nella via: né troppi né troppo pochi, così come all’uso il più spesso possibile di clessidre e di punti di sicurezza naturali. Visto che i poli tra l’arrampicare sportivo e l’arrampicare alpino si sono distanziati sempre di più negli ultimi anni, abbiamo prestato attenzione a mantenere una posizione intermedia durante la creazione di una via. Le vie d’arrampicata sviluppate nella Valle dovrebbero rappresentare una forma semplice di sintesi tra l’arrampicare alpino e sportivo. Una caratteristica essenziale che è stata considerata in queste vie e nella loro formazione, è che ogni movimento, così come le diverse lunghezze come ogni passaggio, le fessure, le placche, le rampe e le zone di tetti, agiscono l’uno sull’altro in un gioco di movimenti chiari e sufficienti per creare un’unità. Per questo motivo, le chiamiamo vie ritmiche. L’aspetto unicamente sportivo e competitivo non era tanto in primo piano, ma piuttosto la globalità, la costanza delle difficoltà e l’armonia del percorso della linea.

Tanti esprimono critiche perché le vie vengono fatte troppo spesso e alcuni affermano, e ciò non contraddice affatto il senso della cosa, che queste vie sono dedicate ai pensionati o alle donne. Offrono troppo poca sfida e nello stesso tempo sono davvero troppo sicure e quasi troppo accoglienti. Questa critica non è affatto falsa.

La possibilità di percorrere queste vie in movimenti armoniosi senza l’uso eccessivo di forza dovrebbe essere offerta alle persone che le ripetono. L’aspetto sociale di queste vie perciò non è, come affermano i critici, abbandonare le montagne completamente al turismo e volere consacrare se stessi a un tempo perfetto e moderno, rinnegando ogni spirito solido dell’alpinismo, ma piuttosto favorire l’aspetto di sperimentare sensazioni sottili nello scalare in montagna. Questi pensieri, magari difficili per l’arrampicatore, sono all’origine delle vie nella Valle. Grazie dell’attenzione.

Io riporterò qui come ho vissuto e come mi sono avvicinato prima alla montagna e poi all’apertura di vie di arrampicata. Provengo dalla Val Gardena, dalle Dolomiti, quindi vedo da sempre queste montagne e devo dire che il mio primo approccio all’arrampicata non era quello dell’arrampicata fine a se stessa, ma un mezzo per potere conoscere ed esplorare queste montagne. Quindi ciò che mi attirava soprattutto era l’esplorazione, il gusto dell’avventura, più che l’arrampicata fine a se stessa.

Al cospetto di queste grandi pareti succede quello che la montagna ti chiama, ti attira, ti spinge ad approfondire la cosa. Nel mio caso era un percorso molto classico: dapprima le ferrate, poi quelle vie più facili e poi le difficili. Si arrampicava ancora con gli scarponi rigidi, il martello era d’obbligo, a differenza di adesso. Un alpinista che si rispettava doveva imparare a piantare chiodi. Mi ricordo che Malsiner, una guida molto scafata, mi ripeteva spesso: impara a piantare chiodi, altrimenti sarai sempre dipendente da altri che lo facciano per te. E questa era una cosa a cui tenevo, non essere dipendente da altri. In più arrampicavamo anche scalzi, in modo minimalista per abituarci a queste uscite.

Una figura che è stata per me molto importante è il mio nonno materno che arrampicava da giovane, molto forte, e lui mi trasmise molte cose tra cui un aneddoto che ripeteva spesso. In tempi di guerra lui si era incontrato con Vinatzer e si erano messi a discutere e parlare e Vinatzer che andava diritto al sodo, gli disse: “Voi avete ripetuto tante vie, però siete ripetitori, come le scimmie”. E quindi mi ha fatto capire la differenza, alpinisticamente parlando, tra un ripetitore e un apritore. E ripeto, me lo diceva spesso. Poi nella mia generazione un testo, un libro che ci ha impegnato molto è il settimo grado di Messner. Ripeto spesso che Messner è uno che ha influenzato l’alpinismo dolomitico come pochi, portando a una nuova visione dell’arrampicata.

In quegli anni quello che andava di più era l’arrampicata in placca. Io disponevo più di caviglie solide che di forza fisica in generale, quindi si arrampicava molto in placca. C’era la concezione appunto appresa da Messner, di usare pochi chiodi, pochi mezzi di assicurazione e soprattutto non usare chiodi a perforazione. E chi all’epoca dettava il nuovo verbo era Heinz Mariacher, un austriaco che appunto in quegli anni, inizio anni ottanta, aveva iniziato ad arrampicare la Marmolada, poi ad aprire le vie nuove molto impegnative e soprattutto a formare uno stile appunto con la rinuncia all’artificiale, al chiodo a pressione eccetera.

Io ho sempre vissuto l’arrampicata come un mezzo; da una parte c’era l’arrampicatore con la sua capacità e tecnica, dall’altra  c’è lui che crea una sorta di interfaccia con la parete, con la roccia, e lui, attraverso la sua capacità, può creare, tracciare una via, che è un po’ quello di dare spazio alla sua creatività. A me la prima volta è successo nell’84. Per me questa scoperta, il potere, il piacere di mettere le mani dove nessuno aveva mai toccato questa roccia, ecco questa capacità mi ha influenzato molto. Tracciare una via fu una grande scoperta, una grande gioia, mi ha arricchito molto in quegli anni. Mi ha dato anche quello che penso in questi anni è molto importante: una collocazione degli obiettivi, ero tutto propenso a questa attività. A scuola non è che brillassi, però come arrampicatore ero il più forte della classe. I miei compagni di scuola collezionavano figurine o giocavano a pallone, io intanto facevo escursioni su una grande parete, in un ambiente, come abbiamo detto prima, primordiale – cioè, dava delle belle sensazioni.

All’epoca si arrampicava su placche, la placca era appoggiata e a me faceva molto paura la roccia gialla strapiombante, perché il discorso diventa molto più complesso, anche psicologicamente e anche dal punto di vista della logistica. E come spesso succede, che proprio le cose che un po’ ci fanno paura ci attirano, quindi questa parete gialla, questi muri strapiombanti, dove poi il ritorno diventa sempre più difficile, si sta su più ore, più giorni; tutto diventa più complesso e questa cosa un po’ mi intimoriva.

Poi ho conosciuto il qui presente Marco Furlani di Trento e insieme abbiamo salito una via nuova sul Salame (Sassolungo), e lui mi ha dato una nuova impostazione. Poi lo elessi anche a mio maestro, perché ho imparato da lui, penso per un arrampicatore una cosa essenziale: sopravvivere. Marco mi indottrinò in modo profondo, mi disse: sì, ti arrampichi bene, però se vai avanti così, ti porteranno a casa in un lenzuolo bianco. E mi ha insegnato a piantare chiodi, a proteggermi, e soprattutto mi dava quella carica psicologica che anche il giallo è ben superabile, anche se bisogna cambiare tante cose. Quindi mi potevo staccare da quella concezione forse troppo soltanto liberista e avvicinarmi di più a quella di prefiggermi di risolvere il problema, vedere la questione appunto come di trovare la soluzione del problema. Quindi mi liberava delle inibizioni che provavo prima contro questo ambiente molto esposto e mi insegnava anche il fatto dell’aspetto organizzativo di una via.

Penso che nell’aprire di una via nuova ci sono tre fasi. Uno: bisogna vedere la via. Secondo: bisogna organizzarla e poi, in fondo: farla. Questi sono, penso, tre fasi di uguale importanza.

Io non ho mai avuto mire ad essere un arrampicatore più forte degli altri, sia perché mi sono reso conto di non avere la tendenza diciamo a primeggiare in quel senso, poi neanche l’ostinazione per sottopormi a sedute giornaliere di allenamento da masochismo. Quello a cui tenevo però è di sviluppare un occhio che vedesse, a sviluppare le capacità per risolvere problemi in modo pratico, avere la resistenza, la caparbietà, di potere passare dove altri non erano passati.

Quindi ci fu un periodo di salite in cui con amici cercavamo le grandi pareti, vie molto lunghe, le difficoltà massime non a livello altissimo, però di grande impegno, molto complesse, assieme con la parte organizzativa e poi nella soluzione del percorso. Mi attiravano molto le pareti Nord all’ombra, quegli ambienti un po’ tetri, un po’ cupi, e di riuscire ad individuare una bella linea di salita ancora non sfruttata, poi di attaccarla e tirarla fuori; andando a riappropriarsi del sole all’uscita sulla vetta, che è sempre e ogni volta una bella sfida.

Su questa attività ci sono molte componenti importanti. Non è che il solo arrampicare basti. Ci vogliono capacità anche proprio manuali come mettere chiodi, di trovare soluzioni. E poi ho sviluppato quel sentimento che l’alpinismo, almeno per me, è così: se tu riesci a divertirti anche quando non c’è da divertirsi. Sembra un paradosso. Quando ormai l’uscita da una via è una lotta per il ritorno, dove l’essenziale è solo uscire senza stare a sottilizzare. Perché finché c’è una situazione su cui possiamo sottilizzare, vuol dire: c’è del margine, penso, almeno io l’ho vissuto così. Invece quando si tratta di tornare a casa, si tratta di uscire, io l’ho sempre vissuto come esposizione.

E poi col tempo si sviluppa anche un gusto estetico per la via. Perché a me ha sempre dato soddisfazione primaria o meglio, l’interesse primario era la bellezza di una via, l’estetica, che la via fosse anche pertinente della parete.

In questo caso abbiamo una via (viene mostrata una fotografia) che abbiamo chiamato “vent’anni dopo”, per festeggiare un po’ un ventennio di attività esplorativa insieme al mio amico Stefan Comploj. E penso che questo sia un altro aspetto fondamentale per l’apertura di vie, ma in generale per lo scalare in montagna, di trovare i compagni giusti per potere fare queste cose. Nel mio caso avevo la fortuna di avere diversi amici con cui ho potuto condividere questi interessi. Penso che la condivisione dell’obiettivo sia una cosa importantissima. Non è facile trovare le persone adatte per queste cose.

Ripeto, questa roccia gialla, queste pareti gialle che prima mi intimorivano, sono poi diventate sempre di più oggetto delle nostre attenzioni e dedizioni. Mi interessava soprattutto attrezzare una via richiesta dalla parete, quindi logica, e con un impiego equilibrato di materiale. Ci siamo un po’ specializzati per limitare al massimo l’uso di chiodi a perforazione, per sviluppare ulteriormente ciò che ho imparato da Marco Furlani, le chiodature, usando zeppi di legno, un rapid? incastrato con una zeppa in un buco. Questo aiutava ad evitare l’uso improprio di chiodi a perforazione.

E poi nel corso degli anni ci si forma uno stile. Un apritore forma con la sua attività uno stile e nel nostro caso sono diventate queste vie sulle pareti gialle, con i chiodi, spesso rapid? Con le zeppe di legno. Diventa come un marchio.

Io penso che le montagne dovrebbero destare le persone, non sedarle, e quindi penso che un approccio troppo massiccio di chiodi, di protezioni, crea delle vie un po’ da parco giochi. Io non condivido del tutto la concezione sociale dell’alpinismo, che bisogna preparare vie in modo che tutti possano andare, vie preconfezionate; adesso siamo ormai arrivati ad omogeneizzarle, dove tutti, senza avere una preparazione adeguata, senza avere un background anche culturale, possono andare lì, soddisfatti o rimborsati. Secondo me bisogna anche tenere conto che quello di che noi disponiamo, la materia, la roccia, se non siamo molto attenti, dopo un po’ è finita e alle prossime generazioni, cosa rimarrà da fare, come possono esprimersi? Quindi se ci diamo delle limitazioni, e poi ognuno sceglierà le sue, il giuoco durerà più a lungo e durerà anche per chi arriverà dopo di noi, ed è anche più interessante, perché una pista di spit non dà molta soddisfazione.

E quindi, cos’è rimasto dopo tutti questi anni? Un po’ passare da un obiettivo all’altro, andando ad adocchiare un bel problema, con il binocolo, studiando bene, tornare a casa contenti ad affilare chiodi e non vedere l’ora a mettere le mani sulla roccia. Allora la cosa per me più bella che mi dava soddisfazione, che continua a darmene, è di avere degli obiettivi interessanti da portare avanti. Per me l’andare in montagna, l’apertura di vie nuove, mi ha dato la possibilità di poter dire la mia, di esprimermi, di poter appunto dare libero sfogo alla mia creatività, e questo è un privilegio non da poco. Ecco, questo è l’ultima immagine, vi ringrazio dell’attenzione.

Intanto vi dico la mia definizione di una via: una via, la via, è la libertà di perdersi, per ritrovare poi la via d’uscita. Abbiamo sentito prima come si può provare una via, come si può sentire una via, abbiamo anche sentito l’esperienza di una vita come quella di Ivo, come quella di Roberto. Io ho preferito basare il mio intervento su un aspetto più generale, cioè di quello che è l’alpinismo innanzitutto.

In questi tempi la preoccupazione che andare in montagna provochi incidenti e vittime è in fortissimo aumento rispetto al passato, quando forse prevaleva più un senso di fatalismo e di rassegnazione alla sventura. Una volta, di fronte alla tragedia e accanto al dolore umano c’era anche una sorta d’accettazione che l’andare per montagne richiedesse talvolta il pagamento di un tragico tributo che comunque si riteneva colpisse alla cieca. Così si giudicavano inevitabili guerre, guerre mondiali, genocidi, carestie, malattie e quant’altre sventure e lutti immaginabili.

Una consolazione a questa sofferenza umana era fornita dal naturale spirito religioso, cui però oggi si ricorre sempre meno. La fiducia nel benessere proprio della seconda parte del XX secolo, i progressi enormi della medicina, i piaceri consolatori e materiali dei consumi per tutti, unitamente alle gioie sostitutive e virtuali di una società sempre più incollata ai video dei computer, hanno portato anche l’incapacità, da parte del singolo e della collettività, ad accettare dolore e sofferenza. La fiducia in uno sviluppo senza fine delle potenzialità della scienza, della ragione e della tecnica hanno fatto il resto.

La maggior parte delle persone dunque si adagia nell’ottimismo di una crescita morale e materiale della società che neppure segnali importanti e contrari come terrorismo internazionale o guerre nei Balcani e in Iraq riescono a scalfire.

Ci si stupisce che, accanto a questa quieta fiducia nel benessere, nell’ottimismo e nella messa in sicurezza di tutta la nostra vita, si registri il massimo dell’audience in televisione quando si parla di Padre Pio; che in un tempo in cui stiamo riuscendo perfino a programmare lavoro e divertimento in base alle previsioni meteorologiche, una volta inesistenti, ecco che si vedono i disperati, gli esclusi dall’apparente benessere e felicità, ricorrere a maghi ed a stregoni, più spesso a imbroglioni, per tentare di sollevarsi dalla loro condizione.

Ora, per Padre Pio da una parte e per gli imbroglioni dall’altra, in entrambi i casi assistiamo al fallimento di una Chiesa che dovrebbe essere scuola di spirito e che una volta ci bastava. Ma, per ciò che riguarda montagna e natura in generale, avviene la stessa cosa. Montagna e natura non sono più viste come palestra di vita, rifugio, o tempio religioso: al contrario la maggior parte le vede come hobby, gioco, passatempo, vacanza con gli amici, sport.

Tornando all’esempio della Chiesa, chi oggi ha più paura, davvero e intimamente, dell’Inferno? Ma se non abbiamo neppure più paura dell’Inferno, allora perché mai la montagna dovrebbe ancora impaurire per qualche cosa?

Dunque, pure montagna e natura hanno fallito e nella nuova ottica sportiva le disgrazie non sono più considerate inevitabili danni collaterali bensì fastidiosi quanto “evitabilissimi” difetti in un meccanismo che unisce ormai a filo doppio vacanza e danaroso ottimismo.

Giustifichiamo dunque la diminuzione degli alpinisti che salgono le vie classiche con la mancanza su di esse di adeguate e moderne attrezzature; assistiamo alla proliferazione delle vie ferrate di vetta e di valle, alla sponsorizzazione di richiodature, a segnaletiche esagerate, alla plurinformazione su vie e itinerari escursionistici, alla caccia all’ultimo itinerario selvaggio per poterlo domare con funi e scalette; assistiamo alle cause civili e penali che pretendono di fare giustizia là dove ci sono stati solo errori. E così ai ristoranti girevoli in quota o al golf sul ghiacciaio della Marmolada si aggiunge la graduale e spietata convinzione che tutto prima o poi sarà finalmente innocuo, depurato e confezionato. Si potrà scendere e salire ovunque su ogni metro quadro di roccia, con gli sci, a piedi, d’inverno, su neve che non è più neve, in inverni che non sono più inverni, praticando non solo arrampicata plaisir ma anche alpinismo plaisir. E per di più avendo rinunciato a quella parola, di cui si è abusato quanto si vuole, Avventura, per crearne un’altra, no limit, che vuole dire ben altro. No limit è la negazione della morte e del pericolo, del tutto illusoria e propagandistica di un folle ottimismo danaroso. Avventura invece accetta il limite, come parte integrante.

Di fronte a questo scenario c’è chi si ritrae spaventato e si chiede se non stiamo sbagliando qualcosa. Da una parte sappiamo che è giusto aver abbandonato rassegnazione a sventure e fatalismo: qui nessuno deve e neppure può tornare indietro. Dall’altra assistiamo sbigottiti ad una serie di tragici incidenti. Come il passaggio, da una circolazione automobilistica su strade strette e pericolose, allo scorrimento su larghe e moderne autostrade e superstrade munite di guardrail non ha rallentato il tasso d’incidenti; così, come prima, la gente cade dai sentieri, viene colpita dai sassi sulle vie ferrate, perde l’appiglio su una via di montagna o viene seppellita da una valanga in una gita di scialpinismo, più spesso in assenza di guide alpine, ma talvolta con le guide alpine.

La dimensione di preteso divertimento è cresciuta a tal punto che si fa netta distinzione tra dimensione gioco e dimensione no limit, cancellando la dimensione avventura.

Sia le pratiche del gioco e dello sport, sia la filosofia no limit, fanno a pugni con quell’umiltà che dovremmo avere nei confronti della montagna e quindi del possibile pericolo. Questa del pericolo come parte integrante dell’azione è la dimensione di cui si è fatta interprete e maestra la figura della guida alpina, quella dei primi tempi, nel XIX secolo.

Un tempo si diceva che le guide erano rozze e ignoranti e accompagnavano clienti di estrazione nobile o alto-borghese, quindi colti. Il cliente portava alla guida l’idea alpinistica della via nuova o della nuova impresa, la guida eseguiva da capocordata. Dunque, grossolanamente, “teoria” del cliente e “pratica” della guida. E certe cordate famose davvero mettevano in atto quest’alleanza. Ciò che invece raramente fu detto a proposito è che la guida era ancora legata al sano “sentire” la montagna, e proprio la sua istintualità (unitamente alla sua forza fisica) riusciva a destreggiarsi nel contesto della prova: così riusciva a portare la cordata al successo, e anche alla sopravvivenza, nonostante la sua pretesa ignoranza. Il “sapere” vero era questo sentire che oggi si è perso in gran parte, sostituito dalla cultura, dalle nozioni di storia e geografia, dalle attrezzature fisse, dalla fiducia nel manuale e nel catalogo delle attrezzature sportive, ma soprattutto dall’ottimismo della messa in sicurezza.

È questo sapere che riscopre l’esploratore Franco Michieli quando scrive «È qualcosa che paragonerei all’immergermi nell’ascolto di un brano di musica sinfonica, pieno di significati senza che intervengano spiegazioni a voce. Credo di dovere la mia facilità a orientarmi nella natura a questa univocità di linguaggio tra paesaggio esteriore e paesaggio interiore; e credo che sia questa medesima corrispondenza ad aprire anche in me, al rivelarsi di un nuovo territorio oltre la cresta, uno spazio nuovo che di colpo rivela più vasta anche l’esistenza» (Rivista della Montagna, n. 232).

Probabilmente la causa degli incidenti è più da ricercare nel nostro disequilibrio interiore e nella mancanza di relazione con l’ambiente esterno: vogliamo tutto e subito, in quel weekend. Ci sono dei programmi da rispettare: e in questa trappola cadiamo quasi tutti, sia i dilettanti del sabato e domenica, sia le guide che talvolta sono costrette ad assecondare il cliente e il fatto che questo ha pagato. Vi ricordate l’Everest 1996 e le tragedie dovute all’insistenza dei clienti e alla debolezza delle guide? Allora non c’erano le condizioni per una relazione corretta con la montagna, è evidente. Ma qualcosa di simile capita anche oggi e qui. Tendiamo a vivere la montagna più come sfondo alle nostre prodezze che come reale e potente, davvero potente, partner della nostra natura interiore; più per il nostro puro divertimento piuttosto che per una nostra crescita; più per un banale svolgimento di programma piuttosto che per un’accettazione dei capricci della natura.

L’escalation di misure e attrezzature di sicurezza non fa che allontanare ciò di cui abbiamo più bisogno e che temiamo di dover affrontare per via della fatica necessaria: la vera sicurezza che nasce dentro di noi nella contemplazione della nostra stessa serenità. Forse il compito più difficile, l’unica scuola in cui è davvero faticoso diplomarsi. Ma se ci si riesce, allora l’apertura di una via può essere definita un’opera d’arte.

Ai tempi di Roald Amundsen bastava raggiungere il Polo Nord per passare alla storia, e non contava affatto con quali mezzi. Ma oggi, ai tempi di Børge Ousland, il poveretto deve andarci da solo, senza neppure i cani, per avere la sua paginetta di storia o l’iscrizione nel libro delle opere d’arte.

In questo dato di fatto è, oggi, la morale di tutte le nuove aperture in montagna. È fuori discussione che oggi se si vuole avere riconoscimento artistico occorre limitare i mezzi, con ciò continuando una tradizione esplosa negli anni ’70 al tempo del Nuovo Mattino e ai tempi rivoluzionari di Reinhold Messner ed Enzo Cozzolino. Tradizione che a ben guardare era sulle tracce del ben più precedente Paul Preuss e perfino di Albert Frederick Mummery, col suo famoso fair play. Tradizione che fu esportata nel mondo extraeuropeo da gente come Guido Machetto e Gianni Calcagno sul Tirich Mir nel 1975, Reinhold Messner e Peter Habeler sull’Hidden Peak (1975), o ancora Joe Tasker e Pete Boardman sul Changabang (1976).

La più importante delle motivazioni delle nuove aperture in montagna è dunque il desiderio di inserirsi in un filone storico, a volte nella leggenda. A volte è un desiderio, a volte succede senza che i diretti interessati ne abbiano piena coscienza.

Ma indubbiamente non è l’unica motivazione, anzi possiamo dire che ognuno di noi ha la propria, creandosi così una pressoché infinita graduazione di sfumature che rendono le imprese così diverse una dall’altra da rendere impossibile ogni paragone con ansia di oggettività, tipo quella che è alla base della competizione e dello sport agonistico in generale.

Infinite sfumature dunque, qualità e quantità che si mescolano in ogni modo: forse però possiamo individuare un prototipo di motivazione che si possa mettere all’opposto di quella “storica” cui accennavo prima.

Personalmente credo che la motivazione, per così dire “antistorica”, sia quella che pone la ragion d’essere di una nuova apertura nel “divertimento”, o per usare una parola più alla moda, “plaisir”.

Nella nuova apertura plaisir è intento del primo salitore fare in modo che la via possa essere considerata “bella”, in qualche caso addirittura “ritmica”, quindi degna d’essere ripetuta dal maggior numero di persone possibile.

Siamo dunque ben distanti dall’intento del primo salitore di una via d’alpinismo tradizionale (“trad”), o di “avventura”, dove al limite succede che tra le sue aspirazioni più recondite ci sia il desiderio che nessuno sia in grado di ripeterla, quanto meno usando la stessa limitatezza di mezzi da lui adottata.

Nella nuova apertura plaisir, al contrario, si facilita la strada cercando di escludere qualunque pericolo derivante da una caduta, si cerca anche di eliminare ogni necessità di fantasia con la sistemazione di protezioni fisse anche dove potrebbero bastare quelle mobili. Si spinge la cordata di ripetitori ad affrontare la via solo con un certo numero di rinvii, niente nut o friend, per non parlare di martello e chiodi ormai antidiluviani.

Molti alpinisti hanno questo credo e in genere, come riconoscenza, si accontentano di un “grazie” per aver chiodato bene e diligentemente chilometri di vie. Invece anche la loro via può essere un’opera d’arte, certo diversa dalla tradizionale. Come sappiamo che esistono sia l’arte classica che quella barocca, come il gotico coesiste con Pablo Picasso, occorre anche accettare l’arte plaisir assieme all’arte dell’avventura.

Infatti il sistema plaisir non produce quella sicurezza in cui tutti credono, sia primi salitori che ripetitori. La parete di roccia rimane montagna e affrontarla con i soli rinvii a volte ti frega anche se la via è piena di spit e di catene alle soste. Ma molti s’illudono ancora.

Di questo “credo” nella sicurezza a tutti i costi sono anche piene le dichiarazioni delle amministrazioni comunali o comunità montane o quant’altro, che hanno favorito l’apertura di nuovi itinerari di questo tipo pagando squadre di guide alpine che, all’inno di ‘portiamo la montagna a Maometto’, hanno piegato interi settori di montagne basse alle esigenze del turismo sicuro, aprendo ferrate e vie a spit dove per certi versi di mortale c’è solo la noia.

La via plaisir può essere opera d’arte solo se mette in evidenza gli aspetti di pericolo rimasti comunque, anche dopo l’infissione di un numero limitato e intelligente di spit. Più la via è tortuosa e segue le naturali debolezze della parete, più si avvicina all’opera d’arte. Sono passati i tempi in cui Emilio Comici credeva nella direttissima della “goccia cadente”.

E naturalmente deve esserci spazio per tutte le filosofie. Dunque occorre accettare che grande spazio, anche artistico, sia dedicato alla “montagna sicura” e all’arrampicata plaisir.

Ciò che però per me non dovrebbe succedere è che la filosofia plaisir non invada i terreni dell’avventura, che sport, piacere e pigrizia non sopraffacciano la storia in onore della cronaca o di una montagna luna park.

Dunque no ad aperture plaisir in forte vicinanza con vie d’avventura, no alle richiodature delle vie storiche (con eccezioni magari per le soste), no a scuole d’alpinismo che non sanno distinguere tra i due tipi di alpinismo e insegnano sia in pratica che in teoria solo la monocultura del plaisir.

Chi ha provato le gioie dell’alpinismo tradizionale sa cosa intendo dire quando parlo di libertà, di grande respiro. Non nascondo d’essere un partigiano della storia, aperto alle novità e alle innovazioni quanto chiuso alla cecità e alla brutalità dell’atletica trasferita in montagna. Ma sono aperto anche all’antistoria del plaisir, senza alcuna accezione negativa del termine, nella fiducia che solo tesi e antitesi creino la sintesi.

Allenamento tenace, spirito sportivo e filosofia plaisir sono utili all’alpinismo: lo dimostrano i sempre meno rari casi di alpinisti che, nati tra le competizioni indoor o nell’arrampicata sportiva, sono passati alla grande avventura. Sono loro che stanno all’élite, oggi.

L’élite è quella che apre la strada e crea opere d’arte, dunque è assai importante che questo gruppetto di persone, tutte diverse, non faccia errori: dalle loro scelte dipende infatti la qualità del turismo verticale (e anche orizzontale) di un numero assai più grande di appassionati che li seguono e li seguiranno.

Io sono dell’opinione che il “turismo” verticale, cioè l’alpinismo, l’arrampicata, sia trainante per tutto il turismo orizzontale, quello basso, quello della valle, quello della gente per prendere sole, per prendere fiato. Se non c’è qualità in alto, non ci sarà mai neanche in basso. Grazie.